Un lunedì di pioggia, zaino pieno e crampi lancinanti. L’idea di restare a casa senza sentirsi in colpa, né temere ripercussioni sul rendimento, non è un privilegio: è una misura di buon senso che, dal 2026, in alcune scuole, diventa concreta.
A Potenza, due licei – il classico Quinto Orazio Flacco e l’istituto Da Vinci-Nitti – hanno approvato in via sperimentale il cosiddetto congedo didattico mestruale. Una scelta già avviata dal liceo musicale Walter Gropius che ora fa scuola. L’idea è semplice e forte: quando i disturbi legati al ciclo sono accertati e invalidanti, le studentesse possono assentarsi fino a due giorni al mese senza penalizzazioni. Non è un favore. È tutela della salute e del diritto allo studio.
Dal 2026, negli istituti che hanno deliberato il provvedimento, due giornate di assenza giustificata per mestruazioni dolorose non entreranno nel calcolo del monte ore minimo per la validità dell’anno. Tradotto: niente corse agli ultimi minuti per “fare presenza”, niente ansia da numero di assenze. La misura nasce dal lavoro della Consulta provinciale degli studenti di Potenza e dai consigli di istituto, non da un’imposizione dall’alto. È un passaggio culturale prima ancora che amministrativo.
Oggi non esiste una norma nazionale che imponga il congedo didattico mestruale in tutte le scuole italiane. Non risultano linee guida ministeriali vincolanti: eventuali indicazioni sono attese, ma al momento non confermate. Dunque l’applicazione resta legata ai regolamenti dei singoli istituti. Se la Basilicata apre la strada, il passo successivo – auspicato da molti – è una cornice uniforme, nel segno dell’art. 3 della Costituzione e dell’eguaglianza sostanziale.
Il meccanismo è chiaro. Per accedere ai due giorni al mese serve una certificazione medica presentata a inizio anno (o entro i termini fissati dalla scuola). Le assenze sono annotate e motivate. Non contano ai fini del monte ore. Il messaggio è doppio: nessun incentivo a saltare le lezioni; massima cura nelle situazioni di reale difficoltà. Chi ha provato sa che i dolori mestruali possono azzerare la concentrazione e la resa in classe. Rientrare il giorno dopo, con lucidità, può fare la differenza tra imparare e resistere.
Una meta-analisi internazionale pubblicata sul Journal of Pediatric and Adolescent Gynecology (2019) stima la dismenorrea in età adolescenziale intorno al 70% dei casi, con quote non trascurabili di dolore severo. Non servono numeri per capire cosa significhi affrontare cinque ore di lezione in quelle condizioni, ma i numeri confermano che non parliamo di eccezioni.
Dice che la scuola può essere un luogo che ascolta il corpo, oltre che la mente. Che inclusione non è una parola astratta, ma un regolamento scritto, una firma in un verbale, un’aula che non ti chiede di essere invincibile tutti i giorni. E che la rappresentanza studentesca, quando lavora con metodo, cambia davvero le regole.
Possiamo immaginare un registro elettronico che, ogni tanto, si piega alla misura umana? E se la scuola diventasse il primo posto in cui il dolore non si nasconde, ma si ascolta?
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