Nuove registrazioni audio inedite di Michael Jackson emergono nel documentario The Trial: parole private che riaccendono il dibattito sul processo del 2005.
Nuove rivelazioni choc tornano a scuotere la figura di Michael Jackson, a oltre quindici anni dalla sua morte. Questa volta non si tratta di testimonianze indirette o ricostruzioni ex post, ma di registrazioni audio inedite, attribuite direttamente alla voce della popstar. I file sono al centro di The Trial, una serie documentaria in quattro episodi prodotta dai britannici Wonderhood Studios e in arrivo su Channel 4. Un progetto che promette di riaprire una ferita mai davvero rimarginata, spostando il fuoco dal clamore mediatico alle parole private dell’uomo dietro il mito.
Nei frammenti diffusi nel trailer, Michael Jackson parla del suo rapporto con i bambini in termini che colpiscono per la loro ambiguità. «I bambini si innamoravano della mia personalità e volevano toccarmi e abbracciarmi, e questo a volte mi metteva nei guai», dice con la sua voce riconoscibile, dolce e acuta. In un altro passaggio ribadisce lo stesso concetto: «I ragazzi finiscono per innamorarsi della mia personalità, a volte mi metto nei guai». Frasi che, estrapolate dal contesto privato in cui furono pronunciate, assumono oggi un peso completamente diverso.
Ma è un’altra dichiarazione, riportata anche dal New York Post, ad aver acceso le reazioni più forti. Jackson avrebbe detto: «Se mi dicessi adesso: “Michael, non potrai mai più vedere un altro bambino”… mi ucciderei». Parole che gli esperti coinvolti nel documentario definiscono “senza precedenti”, proprio perché mai emerse prima in forma così diretta. Non una difesa pubblica, non una dichiarazione filtrata da avvocati o conferenze stampa, ma un pensiero intimo, registrato lontano dai riflettori.
The Trial, però, non si limita a rilanciare l’effetto shock. L’ambizione dichiarata è più ampia: analizzare il processo a Michael Jackson come fenomeno culturale, intrecciando fama, razza e funzionamento del sistema giudiziario americano. I produttori parlano esplicitamente della volontà di andare oltre quello che definiscono il «circo mediatico» che accompagnò il procedimento del 2005, quando ogni udienza diventava uno spettacolo globale.
Le accuse che portarono Jackson alla sbarra erano gravissime. L’artista venne imputato per abusi sessuali su un minore, per aver fornito alcol a un bambino, averlo ubriacato allo scopo di molestarne la persona e persino per aver complottato al fine di tenere prigioniero un minorenne e la sua famiglia all’interno del ranch di Neverland, in California. L’origine del caso risaliva al documentario britannico Living with Michael Jackson, trasmesso nel febbraio 2003, che aveva scatenato un’ondata di sospetti e denunce.
Il verdetto arrivò il 13 giugno 2005: dopo un processo durato quattordici settimane, una giuria della Corte di Santa Maria, California, assolse Jackson da tutte le accuse. Una sentenza che non mise fine al dibattito pubblico, ma che segnò comunque un punto fermo sul piano giudiziario. Quattro anni dopo, il 25 giugno 2009, la popstar morì a 50 anni per quella che le autorità definirono intossicazione acuta da Propofol, un potente anestetico.
Oggi, a distanza di anni, queste registrazioni riemergono come un nuovo elemento di frizione nella narrazione su Michael Jackson. Non riscrivono le sentenze, ma interrogano ancora una volta l’opinione pubblica su dove finisca l’icona e dove cominci l’uomo. Ed è forse proprio in questo spazio ambiguo, scomodo, che The Trial cerca di inserirsi: non per chiudere il caso, ma per ricordare quanto sia ancora aperto nel nostro immaginario collettivo.
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